Perché il tuo psicoterapeuta non può essere tuo amico?

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René Magritte. Le prêtre marié

Spesso amici e conoscenti mi han chiesto se potevo seguirli come psicologa o se potevo seguirne i figli; altre volte è successo che qualcuno mi chiedesse una consulenza e  contemporaneamente mi invitasse a una conferenza.
Tale problema non mi si è mai posto con coloro che ho seguito regolarmente, dal momento che nel lavoro terapeutico la questione viene ampiamente approfondita.
Diciamo che, in generale, non è ben chiaro, soprattutto a chi non è o non è mai stato, in terapia perché non si possa essere contemporaneamente paziente e amico di una persona. Ho dunque pensato di scriverci su.

Tempo fa mi sono imbattuta in un interessante articolo americano, al quale mi ispiro per rispondere a questa domanda:

Perché il tuo psicoterapeuta non può essere anche tuo amico?

Vi siete incontrati per mesi, o addirittura per anni, regolarmente una volta alla settimana o più. Gli (le) hai raccontato i tuoi problemi più intimi, i tuoi segreti e le tue preoccupazioni. Hai condiviso con lui (lei) i tuoi successi e tuoi progressi. Ti ha supportato, ti ha sostenuto, ti ha ascoltato e alleviato il tuo dolore. Può darsi che casualmente la/lo incontri al supermercato o alla partita dei vostri figli o in altre occasioni sociali (d’ora in poi, per facilità di lettura usero il prononome femminile, visto che si tratta di una professione molto diffusa tra le donne). È normalissimo dunque, vedere questa persona, considerarla, come amica. Ha senso che tu voglia rendere più personale e amichevole la vostra relazione, chiedendo ad esempio di vedervi per un caffè o per cena. Ha senso che tu voglia invitarla al tuo matrimonio o semplicemente che tu desideri una relazione maggiormente reciproca, ossia che tu sia curioso di sapere di più su di lei, sulla sua vita, sulla sua famiglia.

Perché dunque non è possibile trasformare una relazione con la tua psicoterapeuta, in un’amicizia?

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René Magritte. La condizione umana I

Vi sono numerosi e seri motivi per i quali la relazione con la tua terapeuta non possa diventare anche amicizia, se questa continua a essere la tua psicoterapeuta. Quella terapeutica è una relazione differente, strutturalmente differente, dalle altre. Ed è, e dovrebbe restare, confinata entro i limiti professionali della stessa: è estremamente importante che tali confini professionali siano ben chiari e ben definiti e tali rimangano.

Un confine in psicoterapia o un rapporto di consulenza è proprio come un confine in un territorio: è una linea che entrambe le parti riconoscono e rispettano, una linea che dice dove la relazione inizia e dove finisce. Distingue il terapeuta da tutte le altre persone della tua vita. Per quanto riguarda la specificità dei confini, non c’è uno standard fisso e questi mutano a seconda dei diversi modelli di riferimento e delle caratteristiche personali dei singoli terapeuti.
Infatti, i differenti modelli teorici di terapia e le diverse scuole hanno idee leggermente divergenti riguardo a ciò che sta dentro e ciò che ciò che sta fuori questi limiti. Ed è per questo che qualche terapeuta trova normalissimo offrire un tè al suo paziente, per un altro è assolutamente disdicevole. Alcuni chiudono la seduta con un abbraccio, mentre altri non vanno oltre la stretta di mano. Altri ancora sono elastici sul tempo della seduta, mentre certi sono rigorosissimi nell’osservare il tempo della seduta. Alcuni si fermeranno per strada a salutarti, mentre altri saranno più sfuggenti.

Ma al di là delle singole specificità, i terapeuti in generale concordano sul fatto che confini definiti e chiari siano salutari sia per il cliente che per il professionista, stabilendo chiaramente un tipo di relazione che sia coerente, affidabile e prevedibile. L’intento è quello di salvaguardare il cliente, non il terapeuta. Ogni argomento trattato e ogni interazione sono orientati il più possibile a muovere il cliente verso i suoi obiettivi terapeutici.

La tua terapeuta ha la responsabilità di garantire confini chiari fin dall’inizio del vostro lavoro insieme. Aspetti basilari del setting, come: dove e quando vi incontrerete; durata delle sedute e costo delle stesse; modalità di pagamento; che cosa succede se mancate un appuntamento; etc., andrebbero chiarificati fin dall’inizio. Anche le aspettative rispetto ai contatti fuori dal contesto terapeutico devono essere chiarite da subito.
La terapeuta, inoltre,
dovrebbe spiegare attentamente le regole di riservatezza e di segretezza del lavoro terapeutico, il cosiddetto segreto professionale, così che non ci possa essere alcun equivoco su chi ha accesso alle informazioni delle sessioni, anche in caso di notifica delle autorità.

Abbracci e contatto fisico, in linea di massima, non sono auspicabili. C’è stata confusione su questo, soprattutto negli anni settanta e ottanta: nel tentativo di uscire dalla rigidità della analisi freudiana classica, alcune scuole di terapia sostenevano che il terapeuta deve essere “umano” e fornire abbracci rassicuranti. La ricerca recente ha stabilito che abbracci o altre manifestazioni di affetto tra terapeuta e cliente possono offuscare il significato del rapporto. Tuttavia, se ritualizzato, e soprattutto in culture come la nostra, in cui il contatto fisico è abbastanza diffuso e socialmente accettato, può essere positivo. Ma se il cliente è a disagio o il terapeuta non è professionale in tal senso, può scatenare delle spiacevoli confusioni di ruolo.

La  terapeuta deve essere chiara sul fatto che non potrà accettare regali o favori speciali. È pagata per il suo tempo e per la sua competenza e dunque non vi è la necessità di fornire qualsiasi altro compenso. Attraverso la sua professionalità, la terapeuta mantiene la relazione chiara. Ci sarà meno pericolo che si possa fraintendere la preoccupazione per il tuo benessere in un sentimento personale o addirittura romantico o sessuale. E questa sicurezza consente di esplorare i sentimenti del cliente, anche i possibili contenuti romantici o sessuali, senza paura di valicare il limite. A volte, questo è fondamentale per il processo di cura, soprattutto quando i problemi riguardano problematiche di abuso, accadute in passato.

Valicare i limiti

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René Magritte. La condizione umana II

È vero, accade a volte che i terapeuti non rispettino le loro stesse regole, facciano cioé delle eccezioni. Un terapeuta può sostenere che la terapia avviene solo all’interno del suo studio, ad esempio, ma decidere di fare una passeggiata con un ragazzino che si sente a disagio a stare seduto, chiuso in una stanza con un adulto. Oppure con un cliente agorafobico può uscire dallo studio col paziente, come parte del programma di desensibilizzazione sistematica. Un altro terapeuta potrebbe fare un’eccezione quando un suo assistito si trova ricoverato in ospedale o non può uscire di casa, a causa di un infortunio. Un altro ancora, che generalmente non accetta inviti per gli eventi significativi di un cliente (matrimonio, funerali, laurea), può però decidere d’infrangere questa regola, quando reputa che questo possa portare beneficio al cliente. Quello che conta, nella decisione di fare delle eccezioni a una regola, è la valutazione condivisa che ciò porterà un beneficio al cliente. Il significato di tale azione deve essere attentamente discussa in seduta.

La violazione del setting

Superare i limiti del setting, per aiutare un cliente, è molto diverso dal farlo per soddisfare i bisogni del terapeuta. Se questi sfrutta il suo potere e la sua posizione, per gratificare sue necessità finanziarie, narcisistiche o peggio ancora sessuali, si tratta di una vera e propria violazione del setting. Uscire con un cliente, chiamarlo o accettare chiamate che hanno una natura sociale e non hanno a che vedere con il processo terapeutico non è accettabile. Rispondere alle richieste, anche insistenti, del paziente di incontrarsi in situazioni sociali o informali è la più sottile e la più grave delle violazioni. Crea confusione nella relazione e rende impossibile al cliente di potersi fidare e affidare nel lavoro terapeutico. Se non rispettare qualche regola può essere utile, a volte terapeutico, violare deliberatamente il setting non ha scuse, non è giustificabile in alcun modo. Ed è molto grave: si tratta di un vero e proprio abuso.

Le responsibilità del cliente

È molto importante che tutti noi abbiamo chiaro che si può essere gentili e dare supporto e non necessariamente per questo essere amici. Coloro che sono cresciuti in famiglie prive di confini e di limiti, non hanno avuto l’opportunità di imparare che le persone ricoprono differenti ruoli nelle loro vite. Spesso essi attribuiscono una maggiore importanza in relazioni, rispetto a ciò che intende l’altro. Essi confondono l’essere amichevoli con l’essere amici. Sono pertanto soggetti a subire le stesse ferite perché sperimentano il rifiuto, visto che l’altro non vede la relazione così come la vedono loro. La relazione terapeutica può provvedere un’esperienza di condivisione di un obiettivo, senza implicare la condivisone della vita.
Certo, è importante e auspicabile che la tua terapeuta sia gentile, empatica e che ti sappia capire. Ma non dovrebbe usare il tuo tempo per occuparsi dei i propri sentimenti, problemi, successi e fallimenti.
Se senti che vorresti di più da questa relazione, non agire ma parlarne, verbalizza quello che provi così che possiate lavorarci su. Sentimenti positivi, eventualmente anche romantici verso il terapeuta, innamoramenti, sono normali e accadono frequentemente. Soprattutto chi non ha avuto alcuna esperienza di essere accolto, accudito affettuosamente e sostenuto, è naturale che possa fantasticare di avere qualcosa di più. Ma questo è materiale da utilizzare nel lavoro terapeutico, non qualcosa da agire. Se dovessi agirlo in qualche forma, cerca di parlarne, di potarlo come materiale su cui lavorare. Questo proteggerà te e il tuo terapeuta e soprattutto salvaguarderà il lavoro che sta facendo con lui o lei.

Fonte: Why Your Therapist Can’t Be Your Friend

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